Pensa meno e pedala di più!

Tasse, accise, rincari, iva, benzina.
Tasse, accise, rincari, iva, benzina.
Tasse, accise, rincari, iva, benzina.

Non vi sentite soffocare?
Non vi viene voglia di urlare?
Non vi sembra che stiano un po’ esagerando, quelli la?

Pare che dal rincaro dei carburanti non si riesca proprio a scappare.

Benzina.
Bene primario, quasi come l’ acqua.

Farne a meno? Impossibile.
Usarne con raziocinio? Obbligatorio.

Un vero fondamentalista potrebbe obbligarti ad usare la bici. Sempre.
Ma di Yehuda Moon non ne esistono molti.

E’ meglio iniziare a piccoli passi, anzi, a piccole pedalate.

Lavori entro pochi kilometri da casa? Usa la bici. Rilassa.
Devi fare qualche commissione in città? Usa la bici. E’ comoda.
Ansia da traffico? Usa la bici. E’ veloce.

Fatti qualche domanda prima di uscire di casa.
Non troppe però.

Non chiederti se sarà freddo, se sarà faticoso.
Prenditi qualche minuto in più per i tuoi spostamenti.

Pedala!

Vedrai che sorprese ti aspettano!

Morning flare
Una foto scattata tra le campagne che solco ogni mattina in bici, tra casa e lavoro.
E’ una stradina stretta, piena di curve, in auto non ci sarei mai passato.
L’ ho scoperta solo poco tempo fa.
Non c’è buongiorno migliore di questo.
Il sole in faccia, l’ aria fresca, il profumo della terra.

L’ Eroiha

Si scrive L’ Eroica.

Si pronuncia L’ Eroiha.

Già.

Perchè se aspiri la C ti senti più vicino a quelle terre, a quelle persone, a quella Toscana.

Se aspiri la C diventa tutto più familiare.

Ti senti parte del Chianti, parte di una festa unica, di un genere unico.

Ti senti ingranaggio - seppur minuscolo - indispensabile di un evento che riesce ad essere internazionale e al tempo stesso autoctono.

Mesi e mesi ad allenarmi con questo pensiero: “voglio pedalare all’ Eroica”.

Si perchè L’ Eroica te la raccontano. Forse è più corretto dire che te la decantano.

E così la corsa diventa mito.

Senti storie intrise di emozioni e delusioni, di successi e debacle, di risate e lacrime.

E se è la prima volta che affronti questa sfida non puoi non fare a meno di fidarti (e affidarti) a questi racconti.

Ma cos’è sta Eroica?

Mi piace definirla come una corsa per ciclisti contemporanei in salsa d’ altri tempi.

Ci sono duecento kilometri da pedalare. E son tanti. Spaventano.

E su questi duecento kilometri, metà sono su strada sterrata. Quasi da aver paura.

Non vorrei starmene qui a fare la cronaca di cos’è stata questa mia prima Eroica.

Potrei elencare quante volte ho forato, raccontarvi della fatica, della polvere, dei kilometri che non passavano.

Sarebbe riduttivo, forse noioso.

L’ Eroica la si può anche raccontare. Ma non basta.

L’ Eroica va vissuta.

Non c’è altra via per capire cosa si prova in quei giorni di inizio ottobre.

E quando riguardi le foto senti i brividi di freddo delle cinque di mattina, il ronzio del tubolare sulla ghiaia.

Una su tutte.

Sembrerà strano ma questa foto per me condensa tutta la mia prima Eroica.

Il carnet di corsa.

Stropicciato, scritto, timbrato, sporco, vissuto, probabilmente puzza anche visto che si è fatto quasi quattoridici ore a contatto con la mia schiena.

Ogni timbro vale una sorta di conquista.

Ogni timbrovale odori, profumi, un po’ di riposo, facce conosciute e non, parole.

E ogni parola detta a L’ Eroica è importante.

Perchè a L’ Eroica non si parla invano.

Me l’han detto che ci si rischiava di innamorare de L’ Eroica.

Ma non pensavo così a fondo.

-

Non voglio fare nomi, ma chi leggerà le prossime righe capirà.

Voglio ringraziare chi mi ha catapultato in questo mondo, chi mi ha accompagnato, chi mi ha consigliato, chi mi ha assistito, chi mi ha supportato moralmente.

Non ci sono altre parole da dire.

Grazie.

Posted: November 17th, 2011
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Aspettando il treno che non c’è

Qualche riga scritta per la prossima tappa del giro d’ italia d’ epoca.

Buona lettura.

 

Vacamora.

Non trovate sia un nome strano?

Una parola che non si trova nel vocabolario italiano.
Eppure in Vacamora è racchiuso tutto il significato e lo spessore storico di questa manifestazione.

Siamo ai piedi delle piccole dolomiti.
Forse chi abita in queste zone e con già un bel po’ di anni alle spalle, Vacamora non può che ricordare momenti di festa, di divertimento.

Già. Perchè qui Vacamora è stato sinonimo di treno, di tempo libero, di vacanza.

Se tenti di tradurlo in italiano forse ne comprendi ancor più il significato.
Letteralmente “una mucca nera”.
Da l’ idea di qualcosa che va, lentamente e stancamente su per i pendii delle piccole dolomiti, quasi in una sorta di transumanza quotidiana, assieme ai suoi passeggeri.

Oggi Vacamora è più che un ricordo gioioso.

E’ un simbolo.
E’ storia per migliaia di persone.
E’ qualcosa da valorizzare, da tentare di far passare indenne negli anni.

E la cicloturistica Vacamora ci sta riuscendo.

Bici d’ epoca su percorsi che hanno segnato un’ epoca.

In parte recuperato come strada bianca, il vecchio tragitto solcato un tempo dal trenino Vacamora sarà scenario di rievocazione e tradizione.
In bicicletta.

Posted: September 3rd, 2011
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Prime volte

Quanto si impara dalle prime volte?

In qualsiasi campo.

In qualsiasi sport.

Quante prime volte, qualche sabato fa.

Prima volta che in un giorno ricopro più di centosettanta kilometri a suon di pedalate.

Ed è la prima volta che quando i kilometri son centosettanta, il dislivello positivo è di tremilaottocento metri.

Prima volta che valico il Passo Manghen in bicicletta.

Prima volta che affronto pure il Passo Rolle.

Ed è la prima volta che faccio una doppia salita vera in un giorno.

Prima volta che cado dalla bicicletta.

Ed è la prima volta che quando cado, foro pure la ruota davanti.

Prima volta che capisco quanto sia elementare il discorso dell’ alimentazione durante lo sport di resistenza.

Perchè?

Crisi di fame? Balla? Cotta? Si è spenta la luce? Hanno tolto pure la corrente?

Come la volete chiamare?
Crisi no. Se ne sente già troppo parlare in giro.

E’ capitata.

Ed è la prima volta che mi dico “ma chi te l’ ha fatto fare”, stringendo i denti in una prova di pazienza e resistenza mai capitate.

Prima volta che provo un mix di fame, stanchezza, dolore, botte, ferite e soddisfazione. Che strana sta cosa.

Ed è la prima volta che colgo un senso più alto, quasi mistico, del ciclismo.

Quante lezioni dalle prime volte?

Ho imparato più in questi centosettanta kilometri che in un anno di sport praticato.

L’ alimentazione, forse la scoperta più importante.

L’ equilibrio, la testa, la concentrazione.

E chi l’ avrebbe mai detto?

Pedalando s’ impara. Dicono.

Chi ha paura della capra?

Mai avuto paura di una capra? Io si.

Ma chiariamo, non una capra a quattro zampe, nel senso animalesco del termine.

Qui si parla di ciclismo, di impresa, di salita dura, di fatica.

Sto parlando del “Salto della capra”.

Ogni ciclista che conosca questa salita, al solo sentir nominare queste tre parole identificative, sente un brivido che scatta dal cuore al quadricipite. Ne son sicuro.

Se bazzichi nell’ ambiente ciclistico appassionato, prima o poi ne sentirai parlare.

Un ciclista, neofita come me, perlopiù curioso, non può trascurare l’ esplorazione di questa mitica ascesa.

Chi la definisce il Mortirolo del Veneto, chi la accosta allo Zoncolan.

Si insomma. Una salitaccia.

E’ venerdì pomeriggio. Le previsioni per sabato non sono delle migliori.

Non importa.

E’ arrivato l’ input. La voglia di provarci. Meteo o non meteo.

E che “salto della capra” sia, mi dico.


Partenza di buon mattino, alle 6.45

Sono trentatrè i km che mi separano dall’ imbocco della salita.

Se questo numero, trentantrè, in qualche modo può ricordare un/il calvario, ecco…

Alle 7 inizia a piovere. Pioggia fitta. Molto fitta.

Venti minuti buoni, umidi, intensi.

Ma correre con la pioggia non mi dispiace.

Pioggia finita, una strizzata ai calzini e si riparte.

Alle 7.40 prima foratura.

Alle 8.20 l’ imbocco della salita.

Da più di un anno che aspetto questo momento.

E che succede? Seconda foratura con squarcio del copertone.

Non c’ ho creduto finchè il cerchione non ha toccato l’ asfalto.

No, non una giornata fortunata.

Oltre che paura porta un po’ di malocchio ‘sta capra, penso.

Faccio decantare la rabbia e penso al da farsi.

Due kilometri a piedi, bici alla mano, e finalmente trovo un negozietto a tema.

Lascio trentaquattro euro di debito e riparto con il mio nuovo copertone, due camera d’ aria, bombolette.

Penso che come dose di sfortuna, per oggi possa bastare.

Ritorno sui miei passi e finalmente si inizia a salire.

Si inizia subito con pendenze buone, intorno al 10% , a tratti e per buone centinaia di metri.

Questo per un paio di kilometri.

Al bivio per “vedetta” iniziano ufficialmente i diciannove kilometri che portano alla Cima.

Da qui le pendenze sono regolari. Intorno al 7 – 8 – 9 %.

Raggiungo un signore che nonostante la panza sporgente e il fiatone, sale.

Mi affianco, chiacchieriamo un po’.

Mi racconta un po’ della storia di quella strada, degli alpini, della guerra.

Resto in compagnia per una decina di minuti, poi ci scambiamo un doveroso “in bocca al lupo” e poi su, ognuno con il suo passo.

Tutto relativamente facile fino al tornante a sinistra che battezza con una scritta gialla – a terra, “hard climb”, giusto per intendersi – l’ inizio della salita.

Quella tosta, quella temuta.

Tre kilometri.
Solo tre kilometri.

Sono tre kilometri in salita.

I tre kilometri più lunghi della mia vita.

Quando varchi quella scritta dentro la tua testa scatta qualcosa di strano.

Sai che se riesci a varcare quei tre kilometri, magari senza mettere il piede a terra, hai fatto qualcosa di importante.

Innesto il 34×29.

Rapportino da principiante, essenziale su questo tipo di pendenze.

Salita, tornanti serrati, 18% , 20% , da sei ai sette kilometri all’ ora.

Il primo kilometro passa.

Fortunatamente tra il primo e il terzo kilometro duro la salita diventa un po’ più facile.

Sempre oltre il 10%, ma rispetto alle pendenze superate qualche centinaio di metri prima, una passeggiata.

Se sali in agilità hai modo di riprendere fiato.

Passano cinque minuti ed una scritta, forse peggiore della prima, sentenzia cosa troverai da li a breve.

Una scritta che fa “extremely hard”.

Mi faccio forza.

Mi alzo sui pedali.

Sei all’ ora. Cinque all’ ora.

Pochi tornanti. Rampe dritte come fusi. Inclinate forse oltre il 20%.
Dieci minuti al limite dell’ equilibrio.

La ruota davanti che impenna. Tento di alleviare la fatica cercando di zig-zagare a destra e a sinistra, ma la strada è stretta. Rischio di cappotarmi.

Provo a capire quanto manca alla fine.

Sguardo fisso a terra, concentrato.

Non so perchè ma mi viene alla mente Vittorio Sgarbi che continua a ripetermi: capra, capra, capra, capra…
Traveggole da salita.

All’ improvviso una scritta. Ti dice di guardare su…”look up”.

E la vedi, la capra. Pensi sia un’ allucinazione. No. E’ proprio la capra del salto della capra.

Altre poche centinaia di metri e un “well done, guys” impresso sull’ asfalto con bomboletta gialla ti da il benvenuto, una pacca sulla spalla, si congratula.

Il ciclista si accontenta veramente di poco
.

Sorridi e pensi che hai archiviato anche il “salto della capra”.

Che soddisfazione.

Quasi dieci kilometri. Quasi nove kilometri all’ ora di media.

Ma non mi fermo. Scendo verso valle delle mure e risalgo fino a raggiungere il bivio per Campocroce, a quota 1520.

Sono in ritardo sulla tabella di marcia.

Ripiego verso casa. Salita alla Cima Grappa solo rinviata.

Ecco, questa la mia prima volta al salto della capra.

Una giornatina che ricorderò a lungo.

Well done!

Il Monte Grappa continua a stupirmi.

Per i paesaggi, per le salite, per la storia.

Son convinto che da ora ai prossimi anni avrò una buona fonte di ispirazione, di novità da scoprire, di emozioni da raccontare.

Staremo a vedere… e a salire!

Accostamenti inutili da notizia

E’ successo.

Nuovamente.

Musica ed eccessi. Fino alla morte.

Senti chi ne da notizia in TV e ti innervosisci.

Leggi di paragoni insensati.

Geni e sregolatezza.

Winehouse come Janis.

Ma che dicono questi TG?

Ma siam pazzi?

Muori a ventisette anni e per questo finisci nell’ olimpo della musica.

Parliamo a caso.

Paragonata a Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain no.

Proprio no.

Ha ancora senso informarsi tramite TV e servizio pubblico?

I giorni della dolomite

Butto li un numero. Ventimila.

Impossibile quantificare.

Un serpentone unico, senza capo ne coda, costituito esclusivamente da gente in bicicletta.

Quasi a chiudersi ad anello, tutti attorno al gruppo del Sella, tra Veneto e Alto Adige.



Ciclisti, ciclisti e ancora ciclisti.

Ex-professionisti, mountain bikers, giovani, anziani, signore, ragazze, famiglie, bambini.

Bici da corsa all’ ultimo grido, vintage, trekking, mountain bike, city bike, tandem, carretti, monocicli, bici reclinate.

Di tutto.

Sellaronda Bike Day.
Dolomiti. Patrimonio dell’ umanità.

Cinquantacinque kilometri tra discese e salite ad esclusivo uso ciclistico.

Una meraviglia.

Serpentone

Italiani, inglesi, tedeschi, austriaci, svizzeri, francesi.

E finché sali ti rendi conto che non tutti erano consapevoli della fatica di quei mille-e-ottocento metri di dislivello positivo previsti.

Chi accompagnava la bici per mano, chi se ne rimaneva in sella al limite dell’ equilibrio e pedalava a 3/4 km/h.

C’è stato anche chi arrivato sopra il Pordoi – un signore di una certa età, inglese - probabilmente abbagliato dal miraggio di Coppi o Bartali, continuava a ripetere:

“Oh my God, oh my God.. this is crazy.. craaaaazy”.

Ma la montagna, quelle montagne, non ti fanno pensare.

Non pensi se sarai in grado di salire o meno.

Niente gara, niente tempi massimi, niente iscrizioni.

Basta esserci.

La fatica viene trasdotta in appagamento visivo.

Sotto il Piz Boè

E prima di partire mi sono detto che al ritorno sarebbero potute succedere due cose:

La prima.

Overdose di salita, di bici, di montagna con l’ ovvia risulta di lasciare a riposo la bici e le gambe per chissà quanto tempo.

La seconda.

Soddisfazione, adrenalina, stanchezza si ma del tutto trascurabile.

Fortunatamente la seconda.

Due giorni.

Passo Falzarego / Giau / Campolongo / Gardena / Sella / Pordoi.
Centoventicinque chilometri.
Quattromila metri di dislivello positivo.

Un week-end più che sfizioso.

Poi se aspetti questi kilometri da più di un anno, la soddisfazione che tutto sia filato liscio non è quantificabile.

Tramonti alternativi

Quanti modi ci sono per gustarsi un tramonto?

Dal balcone di casa, edilizia del vicinato permettendo.

Al mare.

In montagna.

In mezzo alla natura.

Magari seduti, rilassati assieme a qualche persona importante.

Ma in salita, mentre pedali, in montagna, proprio mi mancava.

Ottima e collaudata iniziativa del Team Odoacre.

Ritrovo alle diciotto.
Quarantatre kilometri previsti

Più della metà in salita.

Meta prevista è Cima Grappa.

Per un ciclista, una sorta di santuario.

Si parte.

Veloce spostamento tra il voluminoso traffico delle sei di sera.

Giornata calda, densa di umidità e ventosa.

Poco più di venti kilometri e si inizia a salire.

Tutti in gruppo.

Piano piano.

Ma trattenere un ciclista in gruppo, e perlopiù in salita, è cosa piuttosto impossibile.

E così, dopo una decina di kilometri ad andatura controllata, ognuno innesta la propria marcia.

Alla vetta ci si arriva a tramonto quasi ultimato.

Ma gli ultimi sette chilometri li ho passati in estasi, in una sorta di pedalata mistica.

Pedalavo e mi guardavo attorno. In silenzio.

Altro che concentrazione del ciclista in salita.

Meravigliato dalla luce, dai colori, dalle nuvole, dal sole che tinge d’ arancio i prati, dalle mucche al pascolo.

Da tutto.

E si giunge in cima. Tutti. Un po’ alla volta.

In cima.

La Cima.

C’è chi se ne sta tranquillo, quasi riposato, chi agitato, chi affamato, chi arrabbiato, chi sfinito, chi con espressione immobile, ineccepibile sguardo che anticipa l’ infarto, con il cuore che probabilmente si è preso trenta o quaranta secondi di pausa.

Parole a parte, tutto è filato liscio.

Come l’asfalto in questo caso.

Arrivato – decisamente affamato – in circa due ore.

Più che soddisfatto.

Nella foto non c’è. Ma va menzionato. E con nota di merito.

Un grazie speciale a Marius, preziosa risorsa.

Una sorta di ammiraglia, scorta tecnica, reporter e fotografo, scorta idraulica.

Ottima giornata di ciclismo alternativo. Tramonto compreso.

-

Foto scattate da Marius. Per gentile concessione di Alessio Berti.


Posted: June 24th, 2011
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Il Giro è buono anche se è bio

Il giro d’ Italia è finito ormai da una ventina di giorni.

La settimana scorsa è stata la volta dei dilettanti.

Ma la parola dilettanti non rende onore alle fatiche di questi giovani ciclisti under 23.

Wikipedia battezza il termine dilettante con queste parole:

“indica, in senso lato, chi svolge un’attività per diletto e senza scopo di lucro oppure senza una specifica competenza

Sabato ho voluto verificare dal vivo se queste promesse del ciclismo professionistico avevano o meno “specifica competenza”.

Per l’ occasione ho rispolverato la vecchia Vespa 150, ormai archiviata in garage dal settembre scorso.

Caricato lo zaino con panino, reflex e via.

Era il giorno del tappone alpino, una tappa lunga e tosta, con tre gran premi della montagna (tra cui l’ ascesa all’ altopiano di Marcesina via Barricata) quasi 190 km, quattro chilometri di strada bianca.

L’ altopiano di Marcesina è uno tra i posti più freddi d’ Italia. D’ inverno le temperature arrivano a trenta sotto zero.

Paesaggio lunare.

Pascoli, mucche, cavalli, pietre e alberi.

Il meteo non è stato dei più confortevoli.

Nuvole basse che minacciavano il diluvio, poco più di dieci gradi, vento freddo.

E così son rimasto in attesa, al valico di Marcesina, tra vento gelido e personaggi autoctoni del tutto singolari.

Personaggi che – aiutati da numerosi bicchieri di vino e grappe – discutevano piuttosto animatamente su chi dovesse ottenere il titolo di “uomo d’ aiuto alla corsa”, meritevole di aver contattato le autorità locali per ricoprire una buca.

Terzo gruppo inseguitori

Uno spaccato di vita quasi folcloristico.

Stefano Benni li chiamerebbe “tennici”.

Gente che vuole darsi un tono. Sportivo/logistico/meteorologico in questo caso.

Perfino alla Polizia davano indicazioni e consigli su come scendere la discesa, sul meteo che probabilmente avrebbero trovato.

E con il totale disinteresse del poliziotto.

Il tennico che consiglia la Polizia

Notate lo sguardo dubbioso del “tennico boscaiolo” (tra il “tennico meteorologo” ed il poliziotto).
Chissà a cosa stava pensando.

Ad un’ ora da casa puoi sbattere il naso contro luoghi e persone che ti catapultano in una dimensione totalmente inaspettata.

Strana, inusuale, quasi inospitale. Ma dannatamente suggestiva.

Bella occasione da documentare questa del GiroBio.

E i corridori? Ah già, i corridori. C’ erano anche loro.

Dico solo che passati i primi sessanta ciclisti, mi sono intromesso in Vespa tra ammiraglie e scorta tecnica, cercando di raggiungere un gruppetto di inseguitori che mi ha superato in discesa.

Tutto inutile.

Sta bene che una Vespa a tre marce con più di cinquant’anni non corre più di tanto, però sempre una moto è.

Penso che trentasei km/h di media oraria a fine corsa possa dare “specifica competenza” a questi dilettanti.

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Qui il resto delle foto.

Una domenica polverosa

Quattrocentoquaranta kilometri. Quattro autostrade diverse. In auto
Centro kilometri. Millecentro metri di dislivello positivo. In bicicletta.

E’ stata una delle domeniche più toste degli ultimi mesi.

E’ stata la domenica della Polverosa.

Di là

La Polverosa è una cicloturistica – piuttosto prestigiosa – per biciclette, bicicletti e uomini d’ epoca.

Tanti i partecipanti, tante le bici, tanta la festa, abbondante anche la fatica.

Si corre nei dintorni di Parma, sulle colline che ho battezzato “del mulino bianco”.

Piacere visivo estremo.

Colline ricoperte dal verde dei pascoli, dal giallo del grano.

Casolari di campagna, borghi. Perfino un castello.

Sosta

Anche la colonna sonora è stata del tutto particolare.

Ma niente musica.

Una sorta di commistione tra silenzio e rumori.

Sferragliare di biciclette.
Stridere di catene sui deragliatori.

Freni che fischiano contro i cerchioni.
Ronzio di tubolari che rotolano sulla ghiaia.

E se vogliamo travisare il significato di etnia, mi è sembrata una corsa multietnica.

Ho sentito parlare, gridare, ridere, bestemmiare, cantare in almeno cinque o sei dialetti differenti.

Ma quei dialetti ostici, sanguigni, radicati nel profondo alla terra di origine.

Frasi di cui non capisci una parola se non la punteggiatura.

Queste corse ti catapultano in una dimensione del tutto particolare.

Niente bici in carbonio, niente abbigliamento tecnico, niente asfalto liscio sotto le ruote, niente comfort.

Acciaio, ferro, lana, ghiaia, polvere.

Mescoli tutte queste cose e ti ritrovi a pensare al ciclismo di una volta, ai ciclisti di una volta.

Pensi alla fatica dell’ affrontare quelle corse nei primi anni del ‘900.

Tappe da quattrocento chilometri, bici pesanti e senza cambio, niente assistenza.

E così passa la corsa, si arriva infondo a quei cento kilometri annunciati – e un po’ temuti – dal carnet di corsa.

Una fatica insolita per un’ entusiasmante giornata.

Qui le altre foto.